Call us now:
L’Europa ha da sempre sperimentato forti crisi economiche, che hanno lasciato in ginocchio i suoi mercati, riflettendosi peraltro sul benessere collettivo della società.
Ricordan bene gli italiani di quel fantomatico periodo in cui il riporto alla crisi riecheggiava nei bar, nei ristoranti e nei negozi, plagiata da un aumento della pressione fiscale e da tagli importanti alla spesa pubblica.
Era il 2012, a capo del governo vi era Mario Monti, ed il bel paese affrontava una fase delicata in cui il debito pubblico superava il 120% del PIL (circa il 123% alla fine del 2012, secondo dati Istat e Banca d’Italia), il tasso di disoccupazione giovanile raggiungeva il 40% ed in un paese che faticava ad arrivare a fine mese spariva la classe media: o si era molto ricchi o molto poveri.
Se si chiedesse alla maggior parte degli italiani quali possano essere state le motivazioni di una catastrofe del genere, la risposta più plausibile sarebbe un’accusa nei confronti della classe politica, che nulla voleva se non lucrare sul gettito fiscale esorbitante che era stato applicato dal governo. Le motivazioni furono ben più strutturate e radicate nel tempo, caratterizzate in gran parte da precedenti errori di scelte strategiche economiche, che coinvolgevano non solo l’Italia, bensì tutto il resto dell’Europa.
Riassunte le dinamiche che più riguardano il popolo italiano e che più vengono percepite, è bene fare un passo indietro ed analizzare gli accadimenti degli anni precedenti:
Nel 2010 crollava l’economia della Grecia a causa di un debito pubblico che superava i 146 punti percentuale sul PIL e, le banche europee in sofferenza, imposero severe politiche di austerità in cambio di sostegno finanziario, sancendo de facto l’inizio della bancarotta del paese.
Per spiegare cosa accomuni due paesi così distanti dell’Unione Europea è necessario ricercare oltremare in un paese che in concomitanza con l’Europa costituisce ormai quello che molti descrivono come “l’ovest”: gli Stati Uniti D’america.
Si ricorda ciò che viene informalmente denominato come “la grande scommessa”: La “grande crisi” del 2008 dei mutui subprime, caratterizzata da una bolla speculativa in cui le banche americane concedevano prestiti ad alto rischio per il finanziamento del mercato immobiliare, col fine ultimo di far levitare i prezzi del settore. Una strategia speculativa che dovette fronteggiare l’insolvenza generale dei mutuatari, col fallimento delle obbligazioni emesse a copertura del credito che insieme costituirono uno dei più grandi fallimenti di mercato della storia.
Che c’entra l’Europa con tutto questo? E perché c’entra? Se la bolla speculativa è stata perorata oltremare con politiche monetarie discutibili, perché il vecchio continente ne ha subito le conseguenze, che talvolta si sono rivelate addirittura più disastrose fuori casa?
La causa è da ricercarsi in un sistematico attaccamento alle politiche monetarie statunitensi, che da sempre hanno generato squilibri nell’Europa prima e nell’UE poi, che deve porsi l’obiettivo di riflettere sull’effettiva autonomia di cui si dovrebbe ed avrebbe dovuto disporre, ma che a nel concreto rappresenta una subordinazione rispetto alle follie altrui, dove talvolta non si può far altro se non restare a guardare.
Con questo elaborato, si vuole anzitutto guardare al passato per analizzare quelli che storicamente sono stati gli errori degli attori economici europei nel dare fiducia ad un ovest unito, partendo dagli accordi di Bretton Woods del 1944 ed approfondendo le conseguenze che questi patti di ricatto hanno avuto sul mondo intero al tramonto della seconda guerra mondiale.
Esso si soffermerà inoltre sulle strategie di politica economica conosciute che avrebbero potuto evitare molte delle nostre crisi ed il perché non sono state adottate, come il progetto di dell’economista inglese John Maynard Keynes.
Si criticherà, si discuterà e si proverà ad analizzare nel dettaglio le decisioni di politica monetaria, guardando al dollaro e le riserve auree come principale motivo di austerità.
Si concluderà dunque col provare a prevedere se, quando ed in che misura queste crisi possano ripresentarsi e come si potrebbe essere più pronti e preparati, stabilendo una supremazia monetaria che renda ipoteticamente libera l’economia europea, autonoma e maggiormente responsabile delle proprie crisi.
L’obiettivo è quello di vedere il passato con una prospettiva diversa e talvolta molto critica, per arrivare a concludere con possibili soluzioni di politica monetaria e fiscale.
«Il capitalismo è la stupefacente convinzione che il più perverso degli uomini farà la più perversa delle cose per il massimo bene di tutti.»
-John Maynard Keynes
Questo primo capitolo ha il compito di introdurre il contesto storico in cui si insidia la dipendenza monetaria di cui si vuole e si deve parlare, per rendere efficace l’elaborato e delineare l’origine del problema in esame, collocandosi proprio nel fenomeno della Conferenza di Bretton Woods del 1944
All’indomani della seconda guerra mondiale, della cui brutalità e delle conseguenze disastrose sarebbe lapalissiano discutere, le economie europee uscivano da una forte depressione economica: L’Italia versava in un periodo di stagnazione ormai dagli anni ’30 con una contrazione stimata del PIL del 40% rispetto ai livelli prebellici; La Francia subiva una contrazione della produzione industriale e agricola, toccando contrazioni sul PIL del 50%; il Regno Unito, nonostante uscito vincente non poteva non subire disastrose conseguenze sul debito pubblico, affacciandosi a numeri di debito su PIL del 200%.
Era necessaria una svolta che promettesse stabilità ad un continente che tra vittoriosi e sconfitti non lasciava sconti ad una recessione economica che avrebbe sancito per l’Europa la visione dell’appiglio per resistere alle crisi globali: Gli Stati Uniti.
La loro uscita vittoriosa, che tutt’oggi riecheggia come esempio di salvezza, convinse i paesi europei a far parte di una coalizione apparentemente vantaggiosa per tutti, a scapito della propria sovranità monetaria.
Alla conferenza di Bretton Woods, tenutasi nel New Hampshire (USA) dall’1 al 22 Luglio del 1944, parteciparono complessivamente 44 stati, inclusi alcuni paesi dell’eurozona tra cui: Regno Unito; Francia; Italia; Paesi Bassi; Belgio; Lussemburgo; Norvegia; Danimarca; Grecia; Cecoslovacchia; Jugoslavia; Polonia.
E’ importante notare come questi paesi, tra cui l’Italia, stavano stipulando un accordo che avrebbe successivamente messo in discussione l’economia monetaria mondiale, svendendo di fatto la propria moneta locale a fronte di un patto che prevedeva esclusivamente la supremazia del dollaro e dell’oro (di cui gli Stati Uniti possedevano il 60-65% rispetto alle risorse complessive mondiali).
I trattati, includevano due istituzioni fondamentali, che prevedevano:
- un Fondo Monetario Internazionale (FMI), che avrebbe avuto il compito di rappresentare la cooperazione monetaria internazionale, stabilizzando i tassi di cambio tra le rispettive valute. Il tutto avrebbe dovuto permettere ciò che un mondo flagellato dalla rovina ormai desiderava da due lunghe guerre mondiali: la ripresa economica mondiale.
- L’IBRD o Banca Mondiale, concepita con l’ideale di offrire prestiti agevolati che potessero finanziare i paesi in grave recessione economica.
Tuttavia, descritti gli istituti che apparentemente sembravano logicamente coerenti, bisogna analizzare ciò che si trovava all’epicentro del sistema di Bretton Woods, in cui risiedeva il tallone d’Achille che avrebbe poi costituito il fallimento che si desidera prendere in esame, ovvero il dollaro statunitense.
Gli accordi stabilivano che ogni moneta locale dei paesi aderenti avrebbero dovuto essere convertibili nella moneta verde, che a sua volta sarebbe dovuta essere convertibile in oro al prezzo stabilito di 35 dollari per oncia.
Tali premesse sono importanti perché aiutano a capire che le basi del ricatto presupponevano sin dall’inizio la totale sottomissione e dipendenza ad una moneta ed a riserve auree in possesso ad un solo ed un unico paese, se si pensa alle risorse d’oro mondiali detenute dagli Stati Uniti.
Il popolo a stelle e strisce si impose come fulcro del sistema monetario internazionale, aprendo la strada ad una interdipendenza economica che ancora ad oggi continua a produrre i suoi effetti. Tale sistema avrebbe infatti consegnato la libera facoltà di stampare moneta, andando a modificare artificialmente gli equilibri macroeconomici di tutto il mondo.
L’economista John Maynard Keynes sosteneva che fosse pericoloso affidare il destino dell’economia monetaria globale ad una singola valuta, criticando che una tale manovra avrebbe potuto consegnare un potere troppo grande ad un singolo popolo, che avrebbe potuto in qualsiasi momento influenzare e decidere delle sorti economiche di 44 diversi paesi, senza contare coloro che ne avrebbero subito indirettamente gli effetti collaterali.
Le critiche ed i dubbi si fecero tangibili con gli Stati Uniti che ben presto iniziarono ad utilizzare la centralità monetaria a proprio vantaggio, finanziando con la stampa della moneta le proprie spese militari che solo durante la guerra del Vietnam (1965-1973) ammontavano ad un complessivo di 168 miliardi di dollari pari al 2% del PIL statunitense, oltre agli investimenti interni e al sostegno economico verso gli alleati attraverso il Piano Marshall, che de facto erogò oltre 13 miliardi di dollari in aiuti (circa 150 miliardi di dollari attuali se adattati all’inflazione). Ciò contribuì peraltro ad un’esportazione di inflazione con tassi di crescita che solo nel paese d’origine raggiunsero il 12,3% nel 1974, generando di conseguenza una grave instabilità mondiale che di lì a poco avrebbe segnato il collasso del sistema stesso.
Approfondendo in dettaglio:
Gli accordi di Bretton Woods, sebbene si presentassero bene sulla carta crollarono inevitabilmente sotto il peso delle menzogne e del velato sfruttamento che essi proponevano, perché gli stati membri se ne accorsero. Gli USA continuarono a finanziare il proprio deficit pubblico stampando moneta con un numero di dollari in circolazione al di fuori degli Stati Uniti che passò da circa 6 miliardi a quasi 40 miliardi tra il ’59 ed il ’71, quantità che arrivò ben oltre la copertura delle riserve auree disponibili per la convertibilità di cui si è parlato precedentemente.
Tale squilibrio venne definito come “Dilemma di Triffin”(dall’economista belga Robert Triffin) che predisse con particolare anticipo nel 1960, che un paese non avrebbe potuto contemporaneamente emettere la valuta di riserva mondiale e mantenere stabile la sua convertibilità in oro, perché ciò avrebbe richiesto deficit permanenti che avrebbero compromesso la fiducia nel sistema stesso.
La Francia di Charles De Gaulle fu il primo paese a dubitare del sistema, richiedendo la conversione della sua moneta in più di 3 miliardi di dollari in oro, riducendo le scorte statunitensi e mettendo sotto pressione il sistema, insegnando testualmente che: “Il fatto che molti Stati accettino dollari al posto dell’oro conduce inevitabilmente alla supremazia economica degli Stati Uniti e alla perdita di sovranità delle altre nazioni. È un privilegio esorbitante ed ingiusto.”
Tutt’al più la situazione divenne maggiromente insostenibile a causa dei costi crescenti della guerra in Vietnam, con costi sempre più elevati che portarono ad un crollo delle riserve auree statunitensi a 10 miliardi di dollari in oro, con la contropartita delle banche centrali che ne detenevano ben 50 miliardi, ovvero 5 volte di più.
Per evitare lo svuotamento delle proprie riserve auree, ovvero per salvaguardare ulteriormente un paese ormai bugiardo, Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità in oro, delineando quello che oggi viene chiamato “Schock Nixon”.
Il tradimento monetario in esame mette in risalto non solo la scaltrezza con cui gli USA si presero beffa del mondo, tutt’al più dimostra come i paesi europei non furono sufficientemente indipendenti e lungimiranti dall’intravederne la catastrofe economica.
Una persona in particolare avvertì per tempo dei rischi legati ad una tale egemonia, si parla del già citato John Maynard Keynes.
1.3 Il fallimento del progetto del Bancor e l’inizio della dipendenza monetaria
«We need an instrument of international currency having general acceptability between nations, so that blocked balances and bilateral clearings are unnecessary; that is to say, an instrument of currency used by nations in their dealings with one another.»
(Keynes, Proposals for an International Clearing Union, 1942)
Ma cos’è il Bancor, cui se ne cita assiduamente l’idea?
Il Bancor fu un progetto ambizioso di politica monetaria internazionale, talvolta considerato ideale ed irrealizzabile dall’economista americano Harry Dexter White, che prevedeva un sistema di politica monetaria equilibrata tra gli stati membri che ne garantisse equità all’interno delle bilance dei pagamenti ed evitando pertanto il cosiddetto “Dilemma di Triffin”.
Proposto formalmente nel 1942 e presentato ufficialmente dal governo britannico alla conferenza di Bretton Woods, esso prevedeva che i paesi adottassero il Bancor come unità di conto e riserva di valore virtuale al fine di regolare gli scambi tra le valute nazionali già presenti sui rispettivi territori.
Il sistema si sarebbe dovuto fondare all’interno di un sistema di compensazione multilaterale denominato ICU (international Clearing Union) che avrebbe avuto il compito di adottare misure correttive nei confronti delle nazioni in surplus ed in deficit nelle proprie BdP: Coloro che erano in deficit (CA + KA < 0; M + X > 0) avrebbero subito le conseguenze di un aumento dei tassi d’interesse sui saldi negativi, disincentivando pertanto l’eccesso di importazioni ed il ricorso al debito pubblico; viceversa, i paesi in surplus (CA + KA > 0; M + X < 0) avrebbero avuto conseguenze negative sul tasso di interesse relativo ai crediti pubblici, subendo una penalizzazione in termini di punti percentuale sul denaro prestato.
L’ICU avrebbe inoltre avuto il potere di contrastare situazioni estreme con azioni correttive in termini di tassi di cambio, restrizioni sulle esportazioni di capitale o addirittura sostegno finanziario dalla stessa ICU.
Tale idea risulta tutt’oggi particolarmente rilevante perché avrebbe concesso ai paesi membri stabilità e sovranità, non viziati dall’egemonia e dalla supremazia del ricorso al debito od al credito sfrenato. Basti pensare che gli Stati Uniti e l’Italia hanno raggiunto negli ultimi anni cifre di deficit pubblico rispettivamente di 36.220 miliardi di dollari e di 2.980 miliardi euro, la Cina per contro detiene un surplus di circa 3,58 trilioni di dollari.
E’ tuttavia lapalissiano affermare che la storia la scrivono i vincitori.
Il progetto del Bancor non fu accolto con particolare entusiasmo dagli Stati Uniti, che ne temevano l’adozione perché avrebbe costretto ad una graduale perdita di egemonia monetaria e ad una svalutazione sull’accumulo eccessivo di credito commerciale, osservazione paradossale se si provano ad analizzare le sopra menzionate cifre di deficit.
Gli USA, su pressioni di Harry Dexter White e viziati dalla debolezza negoziale degli altri paesi, premettero per l’adozione del sistema di Bretton Woods e del dollaro e dell’oro come riserve di valore obbligatorie.
Secondo Eichengreen, tale scelta avrebbe poi consentito agli Stati Uniti di acquisire il cosiddetto “privilegio esorbitante”, costringendo il mondo alla sottimissione nei confronti delle scelte di politiche monetarie della FED.
Eichengreen, B. (2011). Exorbitant Privilege: The Rise and Fall of the Dollar and the Future of the International Monetary System
Focalizzarsi sull’aspetto storico è di grande aiuto a questo elaborato nel comprendere le radici del fenomeno di dipendenza monetaria, ed è pertanto necessario fare un passo in avanti che possa mostrare come il Bretton Woods (e la sua fine) ed il fallimento del Bancor di Keynes furono solo l’inizio dell’egemonia di cui si vuole discutere.
Con lo shock Nixon del 1971, nonostante il tramonto dell’era di Bretton Woods e della perdita di convertibilità aurea, il dollaro ha continuato e continua tutt’ora ad esercitare una pressione dominante sull’equilibrio macroeconomico mondiale ed a riempire in porporzioni astronomiche le riserve valutarie internazionali.
Si intende concentrarsi sugli effetti che plagiano l‘ Europa come continente e come un’entità unita da riportare al suo splendore economico ed alla sua sovranità.
E’ sulla base di queste premesse che si vuole esprimere quali siano i motivi strutturali che portano ed hanno portato l’Europa a subire gli effetti delle politiche economiche statunitensi.
Un istituto economico ancora in attività che in tutto il mondo viene temuto sia per motivi d’investimento privato, sia per conseguenze di politica economica è la Federal Reserve System (informalmente denominato FED).
Istituita nel 1913 ed attualmente presieduta da Jerome Powell, la FED ha la capacità di influenzare le economie europee tramite: la gestione dei tassi d’interesse, l’offerta monetaria e la fluttuazione del cambio Euro-Dollaro.
Un esempio lo si può riscontrare nelle decisioni di politica fiscale:
Se la FED sceglie di alzare i tassi d’interesse ed aumentare il costo del denaro come ciclicamente perpetrato negli anni ’70, la pressione al rialzo del dollaro sale a scapito della svalutazione dell’Euro, causata da una migrazione dei capitali d’investimento, costringendo la BCE ad agire nel medesimo modo con fini di controbilanciamento.
Esso può inoltre agire tramite strumenti di liquidità col Quantitative Easing (“allentamento quantitativo” nella lingua nostrana) tramite una politica monetaria espansiva, ovvero tramite la creazione di nuova moneta.
Se il gli USA stampano moneta per finanziare le proprie banche centrali acquistando titoli di stato, ciò si traduce in una tendenza al ribasso dei tassi d’interesse sugli stessi, spingendo i capitali all’estero e colonizzando talvolta i paesi dell’UE. Ciò è già accaduto a seguito della crisi del 2008 e della pandemia del 2020, determinando alti rischi inflattivi e bolle speculative nell’eurozona, costringendo la BCE ed i paesi facenti parte a dover reagire.
Risulta dunque chiaro che esista un nesso causa/effetto che nella maggior parte dei casi di scelte di politica monetaria porta benefici ad una parte ed a problematiche da risolvere con tempestività dall’altra.
E’ inoltre importante considerare che sebbene possa esistere una relazione inversa del fenomeno, essa non può avere gli stessi effetti distruttivi in quanto si è attualmente costretti a considerare l’Unione Europea come un’entità frammentata, caratterizzata da economie diverse e decentrate che non sono in grado nel singolo di generare un effetto economico di tale entità.
Un esempio di quanto appena menzionato è riscontrabile negli anni ’70, che rappresentano una esempio storico di particolare importanza per aiutarci a capire le vulnerabilità di cui l’Europa soffre dinnanzi alle decisioni della Federal Reserve.
Negli anni successivi al crollo di Bretton Woods ed al tramonto dell’era della convertibilità aurea avvenuta non per decisione unanime quanto piuttosto per decisione unilaterale, l’economia americana affrontava un’economia stagnante dovuta alle spese belliche della guerra in Vietnam, nonché del Great Society Program promosso da Lyndon B. Johnson che avrebbe vessato ulteriormente l’economia interna americana.
Il deficit che ne derivò venne ampiamente compensato con una massiccia emissione di dollari, travolgendo l’Europa che subì passivamente l’inflazione dovuta da incontrollabili decisioni di politica monetaria estera, si stima infatti che l’importazione del ribasso del valore monetario fu particolarmente gravosa tra il 1973 ed il 1980, anni in cui il tasso d’inflazione di alcuni paesi europei toccò il 10% annuo.
La situazione si aggravò ulteriormente a causa delle crisi petrolifere di quegli anni in cui l’OPEC impose improvvisamente prezzi esorbitanti sul petrolio, costringendo l’Europa ancora priva di un’organizzazione monetaria centralizzata ad importare energia tramite un dollaro ormai svalutato ed ancorato ad un cambio espresso unicamente in petrolio/dollaro.
L’insostenibilità dell’inflazione americana generò una nuova scelta di politica economica, con l’innalzamento da parte della FED dei tassi d’interesse al 20%, causando nuovamente una conseguenza pesante per l’Europa che dovette far fronte ad una nuova fuga di capitali.
Prima di analizzare possibili soluzioni si ritiene importante continuare a menzionare la storia, perché unendo dei tasselli singolarmente scollegati è possibile avere un quadro chiaro della situazione in cui l’Europa continua a trovarsi a causa della Sua dipendenza dal paese a stelle e strisce.
Nel tentativo di contrastare le ingenti pressioni esterne, la Comunità Economica Europea stipulò un accordo di politica fiscale denominato Sistema Monetario Europeo (SME) con l’obiettivo di stabilizzare i tassi di cambio all’interno dell’Eurozona, con un meccanismo di Exchange Rate che prevedeva una banda di oscillazione dei tassi rispetto al marco tedesco, utilizzato come valuta di riferimento.
Il sistema fu sufficientemente ambizioso quanto sufficientemente vulnerabile da collassare nel 1992, anno in cui avvenne il cosiddetto Black Wednesday americano nel 16 settembre, data cui coincide il crollo del SME.
Di nuovo, con l’aumento sfrenato dei tassi d’interesse da parte della FED, paesi come il Regno Unito e la nostra Italia vennero spazzati via da un’improvvisa fuga di capitali, con svalutazioni monetarie che nel paese nostrano toccarono il 30%.
Il tutto coronato da una falla sfruttata dal naturalizzato americano George Soros che attraverso il suo Hedge Fund iniziò a vendere in maniera sistemica e massiccia sterline britanniche, finanziandosi in dollari e marchi tedeschi.
Se la prima causa menzionata risulta ormai scontata e ripetuta nel corso di questo elaborato, la seconda aiuta a supportare quanto non sia “colpa” di un altro paese specifico, quanto della superficialità europea nello sviluppare strategie di politica economica, incosciente degli interessi egoisti esterni che minano ed hanno costantemente minato la sua libertà economica.
E’ pertanto necessario menzionare un ultimo esempio di fallimento europeo, forse il più importante perché riguarda più da vicino la maggior parte delle generazioni attualmente in vita, ovvero la crisi del 2008.
Mentre l’Europa e la neo Unione Europea continuavano a discutere per l’introduzione dell’euro avvenuta nel 1999, forti di una BCE che ponesse fine alle svalutazioni competitive, gli Stati Uniti abbassavano i tassi d’interesse all’1%, immettendo moneta artificialmente nel tentativo sfrenato di stimolare l’economia, come spesso accaduto nella storia senza una vera e propria lungimiranza economica.
Quest’abbondanza di denaro in circolazione stimolò la sconsiderata concessione di denaro in prestito, portando all’esplosione della bolla speculativa dei mutui subprime nel 2008, a causa dell’insolvenza dei cittadini di un paese che ha sempre preso in prestito e mai restituito, senza mai subirne direttamente le conseguenze.
Tale crollo causò effetti disastrosi: L’indice americano S&P500 crollò del 40% ( a cui corrispondeva una somma di circa 5 triliardi di dollari), portandosi dietro tutta l’economia europea, con l’Italia che registrò un calo della produzione industriale del 25% tra il 2007 ed il 2013.
Una delle colpe più grandi dell’Europa fu proprio quella della fiducia del sistema americano, con le banche europee che si rimpinzarono di titoli tossici americani, successivamente convertitisi in spazzatura.
Con queste rimembranze, in questo capitolo si è voluto dimostrare come l’Europa prima e l’Unione Europea adesso siano state collegate dalle decisioni di politica monetaria e fiscale statunitensi e perfino private (George Soros, capitolo 2.4), asserendo che mosse indipendenti dalla nostra loro volontà le abbiano intaccate pesantemente.
Dietro meri numeri quantitativi si vuole puntare ai loro effetti qualitativi, con gli italiani che hanno subito dal 2008 al 2017 una riduzione del PIL pro capite di circa il 6,38%, viziato da una crisi importata e da una scarsa tempestività reattiva dell’Eurozona.
A seguito dell’analisi delle radici storiche del fenomeno della dipendenza monetaria europea e la relativa egemonia del dollaro, si ritiene necessario porre uno sguardo attento al presente che supporti l’elaborato nell’asserire che le dinamiche passate non siano state sufficientemente risolte bensì presentino elementi strutturali ancorati all’attuale periodo temporale.
Questo capitolo intende mettere in risalto come la crisi post-pandemica e la conseguente fiammata inflazionistica abbiano riesumato in modo particolarmente evidente il problema dell’autonomia economica europea.
Sfruttando a proprio supporto il confronto diretto tra le mosse di politica monetaria della BCE e della FED, si vuole dimostrare come l’Unione Europea si trovi tutt’ora ad inseguire le decisioni altrui, correggendo spesso le proprie strategie come controbilanciamento, evidenziando l’urgente necessità di un’Unione Monetaria completa.
Conseguentemente alla crisi del 2008 ed un successivo decennio concentrato su una tendenza al ribasso dei tassi d’interesse prossimi allo zero, l’economia globale si è trovata costretta ad affrontare la sfida del Covid-19 in cui tra il 2020 ed il 2021, al fine di contrastare gli effetti economici della stagnazione economica, le banche centrali si sono trovate costrette ad adottare politiche monetaria particolarmente espansive.
La BCE come strategia correttiva ha adottato il Programma di Acquisto per L’emergenza pandemica, immettendo moneta nel sistema per un ammontare di 1800 miliardi d’euro, mentre la FED parallelamente ha modificato la disponibilità monetaria portando i dollari in circolazione ad una cifra di circa 9 triliardi di dollari, innalzati da un livello iniziale di circa 4 triliardi.
Entrambe hanno condiviso l’obiettivo comune di stimolare l’economia, aumentando “artificalmente” la domanda aggregata e mitigando i rischi deflattivi della crisi pandemica.
E’ da notare tuttavia quanto gravino le differenze strutturali tra gli Stati Uniti e l’UE, in quanto i risultati di tali politiche monetarie siano risultati particolarmente divergenti.
Il popolo statunitense può fare affidamento su una capacità di coordinazione maggiormente elevata, forte della capacità del Tesoro e della FED di agire in modo univoco e bilanciato. Ciò non è attuabile nel contesto europeo a causa delle regole fiscali vincolanti ed una divergenza d’opinioni tra gli stati membri, che senza un adeguato consenso unanime possono difficilmente produrre risposte tempestive ed efficaci per risolvere i problemi che l’Eurozona necessita di affrontare.
La fase post-pandemica ha indubbiamente presentato un forte squilibrio tra domanda ed offerta, in cui una rapida tendenza al rialzo della domanda globale ha dovuto fronteggiare un’offerta mutilata da catene di approvvigionamento non del tutto ristabilite nella loro efficienza, portando ad una conseguente pressione inflazionistica. La conseguente invasione dell’Ucraina ha peggiorato ulteriormente la situazione, facendo elevare vertiginosamente i prezzi delle materie prime, colpendo principalmente l’Europa, fortemente dipendente da forniture energetiche esterne.
A livello di numeri inflazionistici, l’Eurozona ha totalizzato un tasso al rialzo di circa il 9%, contro il 7% degli Stati Uniti e, sebbene la differenza appaia minima, deriva da due dinamiche economiche ben diverse: gli USA hanno dovuto fronteggiare una crisi nella domanda, mentre l’Europa ha dovuto fare i conto con uno shock dell’offerta ed è particolarmente cruciale effettuare questa distinzione in quanto supporta l’elaborato nell’affermare che una politica monetaria restrittiva è maggiormente efficace nel contenere l’inflazione da una domanda non sostenuta contro un’inflazione da offerta, in quanto esse non hanno capacità d’azione su fenomeni derivanti da crisi esterne. E’ pertanto importante notare quanto la BCE si trovi in una posizione di svantaggio rispetto al popolo a stelle e strisce.
Tale dinamica è supportata dalla Teoria Quantitativa Della Moneta, espressa in: M x V = P x Y dove: M esprime la massa monetaria; V esprime la velocità di circolazione della moneta; P rappresenta il livello generale dei prezzi ed;Y che rappresenta il PIL reale.
L’espansione statunitense di M è stata supportata da un incremento in termini di P, mentre il fattore Y ha recuperato rapidamente, forte proprio del dinamismo dell’economia americana e delle decisioni compatte della FED.
L’europa, per contro ha visto accrescere lentamente il fattore Y, con un fattore P trainato maggiormente da costi energetici e da prezzi importati, rendendo la circolazione monetaria più debole rispetto al paese oltremare.
Il FMI afferma che il PIL statunitense sia cresciuto del 5,9% nel 2021, mentre l’Eurozona ha avuto un incremento del 5,3% con una differenza accentuatasi l’anno successiva, con un rallentamento al 2,1% annuo degli USA, rispetto all’1,9% dell’UE che fronteggiava contestualmente varie divergenze interne (l’Italia con un 3,7% e la Germania con un 1,8%).
Si può dunque affermare come vi siano delle differenze strutturali ed istituzionali particolarmente rilevanti, che producono risultati economici diversi a livello macroeconomico. L’Europa risulta più vincolata rispetto agli USA ad una scarsa velocità decisionale, plagiata dalla mancanza di una vera presenza di un’unione fiscale.
Gli anni 2020-2021 hanno senza dubbio rappresentato una sfida in termini di credibilità monetaria europea, rivelando per l’utilità di questo elaborato come queste scelte risultino tutt’ora vincolate alle strategie della FED. Nonostante la BCE si dichiari sulla carta come indipendente, le sue decisioni risultano esternamente condizionati da fattori quali: la struttura istituzionale europea, il differenziale di tassi rispetto alla FED e la frammentazione della politica monetaria tra gli stati membri europei.
Altro esempio recente è riscontrabile nel Marzo 2022, periodo in cui gli Stati Uniti hanno operato una politica fiscale restrittiva, innalzando i tassi dallo 0,25% dei livelli post covid ad un impressionante 5% nel giro di 12 mesi. Tale politica fiscale ha ovviamente rallentato la domanda interna, come ben noto alle basiche leggi economiche cui oggi si può far affidamento, ma ha parallelamente innalzato la domanda del dollaro in termini d’investimento estero, generando una pressione al rialzo considerevole sulla valuta.
Ciò si è tradotto in termini europei in un deprezzamento dell’euro e la conseguente importazione dell’inflazione dovuta dalle strategie di politica fiscale statunitensi, rafforzate dal canale energetico e commerciale: il cambio euro/dollaro ha toccato la parità nella metà del 2022, cosa che non accadeva da 20 anni.
Una moneta europea debole nei contesti d’importazione inflazionistica amplifica sensibilmente le percussioni sull’IPC, nel senso che ogni volta che gli stati uniti applicano modifiche al tasso d’interesse, l’europa si trova penalizzata tanto da non aver scelta se non quella di contrastare la politica fiscale statunitense in modo da evitare una spirale inflattiva che si rifletta nella perdita di investimenti esteri sui propri asset, ancora e di nuovo ancora.
La BCE infatti inizia il suo ciclo restrittivo unicamente nel Luglio 2022 con un significativo ritardo rispetto alle mosse della Fed. Ciò è da ricercarsi non nella sottovalutazione inflazionistica europea quanto più nei vincoli istituzionali europei: la BCE non ha la capacita di prescindere dalla sostenibilità del debito sovrano dei paesi membri; la FED per contro ha capacità d’agire in un paese federale in cui Tesoro e FED sono più coordinati e presentano un potere decisionale monetario più reattivo ed efficiente. Si ritiene pertanto corretto desumere che la BCE operi in un sistema incompleto ove la politica fiscale si presenti troppo frammentata affinché essa possa prendere decisione rapide ed univoche, senza che s’innalzi il flagello delle critiche dei paesi membri.
E’ importante notare quanto nel caso europeo, un innalzamento dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale Europea costituisca iniquità in quanto paesi ad alto debito pubblico quali L’Italia e la Grecia risultano maggiormente inabili allo stimolo dell’economia, perché penalizzati da una maggiore contrazione della spesa pubblica rispetto ai paesi europei più prosperi. E’ particolarmente evidente se si pone attenzione ai BTP italiani che italiani che sono passati nel giro di un anno dal 1% al 4,5%.
La divergenza nella frammentazione finanziaria ha infatti scatenato una nuova fase reattiva con la creazione di uno strumento chiamato Transmission Project (TPI) che consente di acquistare miratamente i titoli ed evitare che vi siano disallineamenti nelle condizioni di finanziamento.
Quest’ulteriore misura serve a confermare quanto l’Europa manchi ancora di una proattività decisionale, che non sia incentrata sul reagire a problemi di natura sia endogena che esogena.
E’ evidente che una buona politica monetaria si misura talvolta dai suoi risultati dell’economia reale, gli Stati Uniti ed i loro strumenti (specie la concessione creditizia meno rigida) dimostrano una maggiore flessibilità e capacità di reazione, L’Europa ed i paesi dell’unione con una maggiore restrizione del credito anche in situazioni di austerità rischiano spesso di rallentare gli effetti di una manovra di politi
ca monetaria, aggravata da un’asimmetria di coordinamento del merito creditizio delle diverse banche Centrali. Uno studio della BCE sul cambiamento climatico (Occasional Paper No. 303) ed incentrato sul merito creditizio dei vari paesi ci ha mostrato come parallelamente un aumento dei tassi globali abbia penalizzato maggiormente la Germania nella concessione finanziaria piuttosto che l’Italia.
- La BCE nella fase post-covid ha dimostrato evidentemente di soffrire di una funzione reattiva alla FED, spesso più fortemente rispetto alla propria inflazione interna. Essa ha difeso il suo tasso di cambio per contrastare fughe di capitali e mantenere la fiducia nei capitali, più per reazione che per un ciclo di sviluppo. E’ importante notare che a livello emotivo e psicologico, ciò potrebbe far dubitare ancor più gli investitori esteri e gli apportatori di capitali.
A supporto, l’analisi di Taylor Rule sui dati della BCE del 2023 dimostra come l’output gap e l’inflazione da offerta non fossero sufficienti a giustificare un rialzo dei tassi così marcato, ma vi fosse piuttosto un’idea di fondo che mirasse a non divergere eccessivamente delle idee della FED.
L’inasprimento della politica monetaria della BCE ha preoccupato significativamente i paesi dell’Eurozona caratterizzati da un elevato debito pubblico, emergono infatti aspetti critici che meritano un’approfondita analisi.
Un nuovo aumento dei tassi d’interesse potrebbe far riemergere il “doom loop” ovvero il legame tra salute delle banche e debito sovrano. Un’analisi del The Economist spiega che durante la crisi, le banche viziate da un’esposizione ai titoli di stato nazionali vivevano un circolo vizioso in cui le difficoltà fiscali degli stati minavano la stabilità bancaria e viceversa. In un contesto di tassi in rialzo potrebbe scaturire nuovamente questa interdipendenza in paesi come l’Italia, esposte ad un debito pubblico nazionale elevato.
L’inasprimento della politica monetaria può influenzare la percezione dei mercati e dei paesi con un debito elevato causando un inasprimento dello spread tra i titoli. Come evidenziato dal The Economist, l’annuncio della BCE di aumentare i tassi ha avuto come conseguenza l’incremento del rendimento dei titoli di stato italiani da un lato e la crescita delle preoccupazioni degli investitori dall’altra sulla sostenibilità del debito. L’aumento dello spread rende più costoso il finanziamento del debito da parte delle banche centrali e può inoltre segnalare la sfiducia dei mercati nelle capacità del paese nella gestione delle proprie finanze e della componente G del PIL.
Sempre secondo il The Economist, un rialzo dei tassi in un contesto di lenta crescita può aggravare ulteriormente il rischio di stagnazione. L’europa affronta attualmente una crescita molto rallentata rispetto agli Stati Uniti e il “gioco” dei tassi in aumento potrebbe portare ad un periodo di recessione. Paesi come l’Italia potrebbero veder contrarsi il proprio PIL, rendendo ancora più difficile il suo consolidamento del debito pubblico.
Un’analisi del CPR Asset Management dimostra come l’adattamento alla politica monetaria della BCE abbia portato ad un’espansione dello spread italiano, evidenziando le tensioni che emergono quando i poteri delle banche centrali vengono declassati, seppur questo elaborato voglia ricercare piuttosto un’unione totale e NON una frammentazione ulteriore. Tale scenario solleva domande sulla capacità di paesi ad alto debito di contrastare situazioni volute dalla BCE in cui la restrizione monetaria e fiscale potrebbero restringere la stabilità economica.
Reuters riporta che l’Italia sta affrontando pressioni per aumentare la spesa militare, ostacolando i suoi tentativi di ripagare l’ormai gigantesco debito pubblico cui ella cerca di rimediare. Nel caso di un aumento dei tassi d’interesse da parte della BCE, il bel paese farebbe più fatica dei propri fratelli dell’eurozona nel risanamento.
L’elaborato intende parlare di un’Europa unita, compatta ed efficiente: questo capitolo evidenzia l’importanza di un adeguato coordinamento tra politica monetaria e fiscale. Se la BCE è focalizzata sul controllo dei tassi, è fondamentale che le banche centrali tengano a mente che vi è la necessità di sostenere la propria crescita e risanare il proprio debito, ma solo in presenza di una forte coesione economica tra gli stati membri è possibile ragionare sul bilanciamento dei due. Il giornale The Economist, afferma che l’assenza di un’autorità fiscale renda l’Eurozona impossibilitata a questo coordinamento, lasciando i propri stati isolati nella propria gestione delle strette monetarie.
2.4 Le attuali dinamiche tra Stati Uniti ed Europa: le divergenza delle politiche monetarie e commerciali
Negli ultimi anni le relazioni tra Stati Uniti ed Europa hanno incontrato ancor più difficoltà significative nella coesione decisionale di strategie di politiche monetarie e commerciali, con variabili importanti che hanno impattato l’Europa e le condizioni dei suoi paesi ad alto debito pubblico.
La FED, nell’intraprendere con Jerome Powell una politica di rialzi vertiginosi dei tassi rispetto alle percentuali delle BCE ha contribuito al rafforzamento del dollaro toccando nell’Ottobre 2022 un punto di pareggio nel tasso di cambio euro/dollaro in un rapporto 1/1, cosa che non accadeva da 20 anni. Ciò si è tradotto in un euro più debole che da un lato rafforza le esportazioni e dall’altro aumenta il costo delle importazioni, con particolare riferimento ai beni e servizi denominati in dollari. Esso ha come conseguenza l’importazione dell’inflazione a fronte del rialzo dei prezzi.
Secondo un’analisi del The economist, la divergenza di politiche monetarie tra le due sponde dell’atlantico ha rimarcato notevolmente come l’Europa fatichi a seguire la crescita imperterrita degli Stati Uniti, ormai diventati un impero sul fronte economico.
Parlando dell’assoluto presente, emerso ex post l’ideazione di questo elaborato, è importante considerare come le recenti vicissitudini della casa bianca abbiano incrinato i rapporti con l’Unione Europea ed il resto del mondo, confermando ancora una volta quanto il potere di modellare gli effetti della globalizzazione sia in mano al paese a stelle e strisce.
Nel 2025, l’amministrazione Trump ha introdotto un plico di dazi singificativi sulle importazioni estere, con l’illusione di poter ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti statunitense e promuovendo la produzione domestica. Ciò ha causato significative ripercussioni dirette per l’Unione Europea.
Il 2 Aprile del 2025 il governo statunitense ha annunciato l’imposizione di una tariffa del 20% sulle importazioni da parte dell’UE, giustificando tale manovra come una “risposta” alle pratiche sleali del vecchio continente.
Tale implementazione ha sollevato significative preoccupazioni negli stati membri, costringendo la commissione europea a proporre un accordo commerciale “zero-for-zero” sulle importazioni industriali, al fine di evitare una guerra commerciale significativamente distruttiva per entrambe le parti, asserendo tuttavia che in caso di mancato accordo vi sia la concreta possibilità di una guerra reciproca. Questa manovra, criticata per essere un “inginocchiamento” nei confronti dell’ormai rivale paese a stelle e strisce, dimostra in realtà un pragmatismo nella difesa dell’UE nei confronti dei propri interessi economici, marcando il fatto che quanto scritto in questo elaborato sia condiviso dal governo europeo. L’Europa si sta mostrando esausta dell’attaccamento morboso che l’attanaglia, dimostrando di voler reagire.
Le tariffe di Trump, secondo Jamie Dimon (CEO della JP Morgan) hanno un alto potenziale inflattivo per gli Stati Uniti ed alcuni studi del Budget Lab at Yale confermano la teoria stimando che un aumento dei prezzi derivante da tale manovra rischia di far perdere una media di 3.800 dollari per ogni famiglia americana.
Se queste tariffe riflettono una tendenza al protezionismo palese, da una prospettiva di economia politica avvertono che le misure proibizionistiche portino inefficienze economiche di elevato spessore, causando una riduzione del benessere globale, tra cui i paesi europei. Le nuove dinamiche limitano la crescita economica dei paesi esportatori, con l’Italia che rischia di subirne le conseguenze peggiori in qualità di uno dei maggiori esportatori europei ad alto debito pubblico.
Questo elaborato si è già concentrato sulla capacità di menzogna dei governi statunitensi, marcando come nel passato vi siano state falle di credibilità che hanno compromesso le decisioni di politica economica europea, portandole talvolta a crisi d’importante entità. E’ bene dunque analizzare come ciò non sia effettivamente cambiato nel tempo, ma sia ripetuta e ripetibile, come le menzogne sulle dichiarazioni dei dazi di Donald Trump.
Trump ha giustificato la tariffa dei dazi del 20% come uno “sconto” sulla tariffa media europea, che apparentemente raggiunge il 39% nelle importazioni dagli stati uniti. Tuttavia è bene notare, come riportato da Euronews, che secondo l’Organizzazione Mondiale Del Commercio, l’UE applica una tariffa media del 5,2% contro una tariffa del 3,5%. Queste percentuali non riflettono dunque quanto dichiarato dall’amministrazione statunitense.
La formula di calcolo utilizzata è stata criticata per l’arbitrarietà, essa infatti non si basa su tariffe realmente applicate ma sul deficit commerciale bilaterale degli Stati Uniti contro ogni singolo paese, diviso poi per due. L’approccio non tiene conto delle reali condizioni e tariffe presenti nel commercio.
Dietro queste affermazioni e le loro conseguenti manovre si cela il rischio di una guerra commerciale in quanto l’imposizione unilaterale dei dazi ha la concreta e prevedibile capacità di ritorsione da parte degli ormai ex partner commerciali, innescando un circolo vizioso di protezionismo che non giova ad alcuno.
Se le tariffe fanno lievitare il costo delle importazioni, esso si traduce in un costo elevato per il consumatore finale perché le catene di approvvigionamento vengono mutilate, costringendo le aziende a rivedere le proprie strategie ed il proprio rapporto costi/ricavi.
Le implicazioni di tali misure sono dannose per l’economia globale e non hanno capacità di stimolare la decantata produzione core in quanto non è concretamente possibile produrre tutte le materie prime necessarie alle industrie in un unico paese senza il ricorso agli scambi internazionali.
Si ritiene tuttavia importante analizzare le motivazioni dietro le scelte di Trump, in quanto esse celano un nuovo tentativo di ritorno ad un’egemonia alla pari della portata del Bretton Woods menzionato nei primi capitoli.
L’evoluzione economica degli stati uniti nel secondo dopoguerra ha comportato una progressiva deindustrializzazione, se infatti nel 1953 la manifattura impiegava il 32% della forza lavoro, nel 2017 questa percentuale è scesa all’8,5%, con una perdita netta di quasi 7 milioni di posti di lavoro.
Il sistema di Bretton Woods era plagiato dal Dilemma di Triffin in cui gli USA dovevano rimanere ancorati ad un deficit permanente per soddisfare la domanda di dollari, questo meccanismo ha favorito l’espansione monetaria e il consumo interno a scapito dell’investimento produttivo, cosa che ha disincentivato la produzione, spostatasi sistematicamente verso l’Asia e particolarmente la Cina.
Tale asimmetria produttiva è percepita dal governo statunitense come una perdita di potere globale, ormai in continua diminuzione: se è vero che attualmente il dollaro rappresenta la riserva valutaria per eccellenza, l’uso aggressivo di tale moneta come politica estera con strumenti quali il controllo dei circuiti SWIFT suggerisce un incentivo presente e futuro degli investitori a virare su fonti di reddito capitale da monete estere quali il renmimbo cinese.
Si suppone dunque che l’obiettivo della casa bianca sia quello di ricostruire nuovamente un’egemonia basata sul dollaro che si configuri grazie al supporto di una centralità industriale, ormai fortemente dominata dall’Asia e pertanto, nonostante possa sembrare una mossa autodistruttiva, necessita di ulteriori riflessioni e strategie previdenti da parte dell’Unione Europea
Il 9 aprile del 2025 ha comportato una delle giornate più altalenanti e controverse delle borse finanziarie Statunitensi. L’S&P500 ha registrato un balzo del 9,5% in più nel giro di pochi minuti all’insegna di un singolo post su Twitter del presidente americano Donald Trump, che annunciava uno stop di 90 giorni sui dazi internazionali: un rialzo così vertiginoso non si verificava dal 2008, con una crescita giornaliera di circa 5,500 miliardi.
Al di là della superficialità della causa/effetto di un tweet, è da considerare che l’impennata dell’S&P500 sembra essere stata caratterizzata da un sostanzioso flusso di capitali anomalo già nei giorni precedenti l’annuncio con titoli quali Intel e Tesla che hanno segnato aumenti fino al 20% in più.
Tale comportamento ha suggerito il sospetto di una premeditazione finanziaria di attori vicini al contesto politico statunitense, portando il Congresso Statunitense ad aprire un fascicolo investigativo. Il senatore Adam Schiff ha inoltre richiesto l’avviamento di un indagine per presunto insider trading, sollevando il dubbio che Trump ed i membri politici a suo stretto contatto abbiano sfruttato dichiarazioni pubbliche col fine d’arricchire soggetti già benestati di loro.
Tuttavia è importante notare come ciò supporti ancor di più il presente elaborato, in quanto i mercati europei già indeboliti ed incerti del contesto macroeconomico dell’imminente guerra commerciale, hanno reagito in maniera negativa con Parigi, Francoforte e Milano che hanno segnato contrazioni fino al 3,4% in un’unica giornata. Ciò rappresenta un’ulteriore prova, attuale e concreta, della dipendenza economica dell’UE dalle decisioni, nonché dalle strumentalizzazioni dell’ex alleato atlantico.
Questo terzo capitolo è stato d’aiuto nel supporto dell’elaborato in quanto ha rimarcato quanto anche il presente sia caratterizzato da una dipendenza economica strutturale che non risponde unicamente degli effetti della globalizzazione nel modo in cui è intesa, ma deriva nuovamente da un attaccamento strutturale e da una reiterata reazione alle decisioni di politica monetaria e fiscale statunitensi, evidenziando la necessità di costruire un futuro parzialmente distaccato da quello che ormai è un ex partner commerciale.
Dopo aver analizzato passato e presente, l’elaborato si concentrerà nell’analisi sul futuro della competitività dell’unione europea, con particolare riguardo alle decisioni di politica economica che devono essere attuate per riportare alla luce un’Unione Europea sconnessa, frammentata ed ormai percepita come debole per antonomasia.
Per parlare dell’avvenire dell’Europa e delle sfide che ad essa si presentano, si ritiene necessario analizzare attentamente quanto scritto nel 2023 dall’ex presidente della BCE Mario Draghi, in quanto l’elaborato ha bisogno di basi solide ed esperte per poter arrivare ad un’Europa forte, coesa e reattiva,
In questo capitolo si analizzeranno dunque le decisioni di politica monetaria e fiscale che necessitano di essere riviste, in modo da supportare nuovamente che l’Unione Europea è sistematicamente attaccata all’economia politica estera ed in particolare quella statunitense
Nel Settembre del 2023 la Commissione Europea ha affidato a Mario Draghi il compito di redigere un rapporto sul futuro della competitività europea, col conseguente sollevamento di dubbi sulla capacità di crescita rispetto a Stati Uniti e Cina.
Il rapporto affronta il tema con particolare attenzione la competitività ed esprime quanto essa sia necessaria per la sopravvivenza e la sovranità del vecchio continente. L’Europa è chiaramente lenta, divisa ed inefficiente e non è attualmente in grado di fronteggiare le diverse sfide che ormai si presentano sistematicamente all’alba del COVID, come l’invasione dell’Ucraina o l’imminente guerra commerciale attuata dal presidente degli stati uniti.
L’ex presidente del CDM italiano individua come la frammentazione fiscale in Europa, che conta 27 politiche di bilancio diverse insieme ai propri interessi decisionali, produca un’inerzia nella politica monetaria applicata dalla Banca Centrale Europea, in quanto le politiche fiscali disomogenee ne annullano parzialmente gli effetti, ritenendo conseguentemente necessaria l’implementazione di un bilancio federale.
L’Europa investe poco e tardi, a differenza degli USA che, con l’Inflation Reduction Act (mossa di politica statunitense tra l’altro ritenuta scorretta dall’UE) ha iniettato nel sistema 500 miliardi di dollari per la transizione al green, penalizzando le fonti di investimento Europee. L’Unione Europea rimane bloccata in logiche intergovernative eccessivamente diverse che tutt’ora non permettono un investimento comune di tale importanza.
Secondo Mario Draghi inoltre, pandemia e guerra in Ucraina dimostrano quanto l’Europa non abbia ancora sviluppato una sufficiente autonomia industriale ed energetica, dimostratasi con la conseguente guerra in Ucraina che ha messo in luce la dipendenza da fonti esterne di approvvigionamento.
Si ritiene impossibile effettuare un qualsivoglia salto economico all’interno dell’Europa fintanto che l’architettura istituzionale europea non implementi politiche industriali, fiscali e di bilancio che mettano d’accordo gli stati membri, o che li “obblighino” a supportare determinati cambiamenti imperativamente necessari alla riuscita dell’egemonia competitiva europea.
Nel discorso tenutosi all’European University Institute nel mese successivo alla pubblicazione del rapporto, Draghi ha affermato che “la nostra incapacità di agire come entita unitaria in materia economica e fiscale è diventato un rischio esistenziale”: in tale circostanza il tema dell’autonomia strategica si ritiene di particolare importanza, perché non si tratta di una monarchia economica ma di assicurarsi che l’Europa non sia, come già descritto sopra, costretta a reagire alle imprudenze ed alle minacce esterne, ed è pertanto necessario uscire dalla logica di reazione, ponendo le radici per un’anticipazione economica rispetto al resto del mondo.
Le proposte concrete messe nero su bianco sono: il rafforzamento del mercato unico tramite l’Unione Dei Mercato Capitali forte di un’Unione Bancaria; investimenti massicci nelle tecnologie strategiche (come l’intelligenza artificiale); rafforzamento della governance in modo tale da allineare le decisioni in momenti di crisi.
Tali affermazioni supportano notevolmente l’elaborato in quanto rimarcano come l’Europa non possa permettersi di essere una potenza interdipentente dai capricci altrui, tra la dipendenza dalle scelte monetarie della Federal Reserve al ritardo nelle reazioni sugli shock economici. Appare chiaro che vi sia la necessità di una risposta sistemica ed il rapporto di Mario Draghi, per quanto possa sembrare propositivo ed ottimista, cela in realtà una proposta di sopravvivenza dei progetti europei
A seguito dell’analisi sul rapporto, al fine di supportare un elaborato incentrato sull’economia politica in senso stretto, si ritiene necessario interrogarsi sulle condizioni monetarie e fiscali che possano essere utili al raggiungimento dei preposti obiettivi di competitività ed autonomia. Le attuali sfide che l’Europa affronta evidenziano le vulnerabilità europee strutturali che ne impediscono il raggiungimento.
Secondo prospettive macroeconomiche riportate dall’indice HICP, l’unione europea ha raggiunto tassi inflazionistici tendenti al ribasso dal 2024, passando da un 2,5% annuo, con una discesa stimata al 2,2% per il 2025 ed un 1,9% nel 2026, tali dati supportano l’obiettivo della BCE nel raggiungimento del tasso naturale d’inflazione del 2% od “inferiore”.
Per arrivare a tal fine la BCE ha adottato politiche monetarie restrittive portando i tassi sui depositi overnight al 4,50%, tale approccio dimostra la rigidità del sistema, in quanto le economie dell’eurozona appaiono tutt’ora troppo divergenti per affrontare politiche monetarie espansive, con la conseguenza di dover rallentare lo sviluppo economico.
Paesi come Italia, Francia e Grecia sono stati testimoni di aumenti dei rendimenti sui titoli di stato, con l’Italia (come accennato precedentemente) che ha oscillato tra il 4,0% ed il 4,6%. Una pressione di questo tipo si riflette direttamente sulle capacità di spesa pubblica e di bilancio del paese.
Nel 2024 inoltre la BCE ha visto decrescere il debito pubblico medio dell’area europea al 91% su PIL, che nonostante sia un risultato positivo, cela inevitabilmente una verità scomoda sul differente andamento di paesi che dovrebbero rappresentare una sola unione completa e coerente: la Grecia e l’Italia si attestano ad un debito pubblico tra il 137% ed il 160% di debito su PIL; paesi come la Germania, forti di efficaci strategie di politica monetaria, si assesta invece sotto al 65%.
Divergenze simili riflettono la diversa capacità del singolo paese di poter sostenere un rialzo dei tassi d’interesse, se Berlino ha la possibilità di adottare manovre espansive, Roma è d’altro canto vincolata dalla sorvegliabilità finanziaria europea a causa del suo debito. Il ritorno di determinate regole fiscali pianificate per l’Eurozona nel 2025 comporteranno obblighi di aggiustamento pluriennali per diversi paesi.
Il suddetto framework fiscale utilizza un principio di prudenza, ma la sua applicazione, come sottolineato nel rapporto di Mario Draghi, rischia di ridurre la possibilità di investimenti strategici da parte dei paesi membri, delineando quanto non esista tutt’ora un’Unione Fiscale capace di fronteggiare le avversità future, smascherando periodicamente una vulnerabilità sistemica.
Analizzando le differenze tra gli Stati Uniti e l’Europa, che servono a rimarcare quanto una abbia più possibilità di influenzare l’altra, si nota come la BCE adotti spesso (come nel caso del framework del 2025) una linea estremamente prudente nell’approccio monetario e fiscale, mentre la FED dal 2024 ha dimostrato di poter agire con tempestività ed efficienza nel rallentamento della stretta monetaria, con un’inflazione rientrata velocemente verso il target ed una crescita economica sicuramente più dinamica. Il PIL statunitense ha riportato una crescita del 2,3% nel 2023 e prevede un ulteriore 2% nel 2024, con un’Europa che si appresta ad una stima del solo 1,0%.
Si ritiene dunque doveroso notare quanto la BCE abbia una scarsa capacità di coordinazione, costringendola ad utilizzare lo strumento dei tassi d’interesse come unica leva correttiva, che come precedentemente accennato presenta comunque rischi asimmetrici e decisionali.
Un ulteriore limite esporto da Mario Draghi si ritrova nella disomogeneità della distribuzione della politica monetaria. Paesi come Germania ed Olanda le linee di credito reagiscono più velocemente ed efficacemente rispetto agli altri stati più periferici.
Ciò viene evidenziato da recenti analisi della BCE che mettono in risalto quanto il tasso medio nella concessione creditizia si attesti ad un 5,2% rispetto ad un 6,1% del bel paese, segnalando un sistema bancario più esposto e vulnerabile, con eventuali ripercussioni rilevanti nel caso di una nuova stretta monetaria, ciò si riscontra tangibilmente nelle economie dell’eurozona più deboli.
La minaccia futura dell’Unione Europea è una forma cronica di stagnazione fiscale: se la BCE mantiene tassi elevati per un periodo sufficientemente lungo, rischia di ridurre significativamente i
margini fiscali dei paesi ad alto debito, con la conseguenza di dover imporre tagli alla spesa pubblica od agli investimenti. E’ infatti noto che un sistemico innalzamento dei moltiplicatori fiscali in periodi di recessione produca un calo nella spesa pubblica marginalmente più alto rispetto al PIL .
Ciò rischia nel medio termine d’innescare un ciclo di austerità, aumento del rapporto debito/PIL ed ulteriori richieste d’aggiustamento da parte della BCE. Si vuole evitare a tutti i costi che l’Europa ricada nuovamente nelle dinamiche che l’hanno attanagliata nel 2011-2012, essa può sì controllare l’inflazione, ma non è sufficientemente strutturata per garantire la crescita e la competitività rispetto alle altre superpotenze economiche.
3.3 Scenari futuri e proposte per la resilienza europea
A seguito di un’analisi delle vulnerabilità europee in ambito monetario e fiscale, è importante delineare ulteriori scenari futuri plausibili e proporre soluzioni ipotetiche ma concrete per riportare l’UE alla competitività. Nel rapporto Draghi del Settembre 2024 viene evidenziata la necessità di investimenti e di governance più efficienti che possano affrontare le incombenti sfide globali.
Come accennato nei paragrafi precedenti l’Europa si attesta ad una crescita di PIL nell’ultimo anno del solo 1,0% contro il 2,3% degli Stati Uniti. Tale divergenza è destinata ad espandersi qualora l’UE non metta mano a crescita ed innovazione, nonché se essa continui a rispondere in modo scoordinato agli shock economici.
Guerre, corruzione e tensioni geopolitiche hanno dimostrato quanto possano essere distruttive per l’economia dell’eurozona. La sua dipendenza da fonti energetiche esterne è stata svelata come una vulnerabilità sostanziale già nei primi periodi dell’invasione Russo/Ucraina del 2022. L’UE può e deve convergere nell’adozione di una strategia energetica in fonti rinnovabili che possa mitigare i rischi di un nuovo shock economico. L’imposizione di una transizione al green non è sufficiente da sola a stimolare la produzione core di tali energie.
Per rafforzarne la resilienza è inoltre fondamentale avvicinarsi ad un’integrazione fiscale comune, con il rapporto Draghi che spiega come l’istituzione di un bilancio comune europeo e l’emissione di un debito congiunto siano l’unica speranza di finanziamento degli investimenti strategici per la competitività. E’ pertanto necessario un ideale consenso comune tra gli stati membri, affinché possano revisionare le proprie regole fiscali per un bene maggiore.
Mario Draghi nel concreto propone:
- Un bilancio condiviso che possa permettere il finanziamento di progetti infrastrutturali e tecnologici, con particolare attenzione alla disparità degli stati membri attualmente plagiati dall’assenza di una logica comune
- L’emissione di titoli di debito comuni (Eurobond) che forniscano le risorse necessarie ai vari paesi per l’allineamento ad un piano condiviso
- Di riformare il Patto di Stabilità e Crescita con una revisione delle regole fiscali europee al fine di flettere la possibilità di investimenti pubblici, che possano di rimbalzo stimolare crescita ed occupazione
- Di sviluppare una politica energetica comune che possa creare un mercato energetico a produzione endogena che riduca la dipendenza da fonti esterne d’approvigionamento
- La promozione dell’innovazione, con riferimento al supporto per la R&S di intelligenza artificiale ed a tecnologie all’avanguardia, settore in cui l’Europa si trova spesso costretta ad importare non solo i beni, ma anche le innovazioni altrui per mancanza di fonti d’investimento.
Il presente capitolo, aiuta l’elaborato a completare un quadro completo degli scenari passati, momentanei e futuri, spiegando come l’Europa sia stata soggiogata da pressioni esterne soprattutto statunitensi a causa di mancanze strutturali che impossibilitano la formazione di ciò che l’Unione Europea si era prefissata ai tempi della sua fondazione.
Nel prossimo ed ultimo capitolo si analizzerà l’ipotesi già varata di un’Europa più unita strutturalmente, riprendendo a più riprese i tratti de “futuro della competitività europea di Mario Draghi” ed inserendola in un contesto ideale e maggiormente rafforzativo.
Capitolo 3.4 – L’ipotesi di un’Europa Federale
L’Unione Europea ha affrontato dal novecento ad oggi il dibattito sull’urgenza di rimodellare l’Europa in una forma federale, ed oggi che l’ipotesi si ripresenta con più urgenza e concretezza.
Il dibattito non è più esclusivamente idealistico ma rappresenta la risposta strategica più coerente a problemi di legittimità, competitività e capacità di reazione. Tale proposta scoperchia l’idea di una trasformazione istituzionale, economica e fiscale che possa garantire la ricercata sovranità del continente che è stata affrontata nel capitolo precedente, consentendo all’UE di agire da protagonista e non più da contrifigura.
Nel modello federale la sovranità è condivisa tra la centralità europea e l’autonomia nazionale, con una differenza principale nell’attuale architettura che si stabilisce con una centralizzazione di: politiche fiscali, difesa militare, politica industriale, energia, politica estera ecc.
Ciò implicherebbe la creazione di un parlamento europeo con poteri legislativi pieni talvolta sulle questioni fiscali, nonché un bilancio federale autofinanziato ed un tesoro condiviso che possa emettere titoli di debito comuni, in modo da gestire liberamente le politiche d’investimento a lungo termine.
Tali proposte vengono trattate dal Movimento Federalista Europeo in un documento approvato nel 2022, in cui si propone l’Europa come centralmente competente su sicurezza, clima, innovazione, energia, regolazione finanziaria e migratoria. Il bilancio allora proposto ammonta ad un 5% di PIL europeo, con l’emissione di titoli di debito federale corrispondenti ad 800 miliardi di euro ed un’aliquota fiscale minima sulle imprese, con sanzioni all’utilizzo di energie non rinnovabili (carbon tax).
E’ importante notare che queste proposte, per quanto ideali, rendano giustizia alla mancanza di un bilancio comune, che possa generare economie di scala in settori di R&S, impossibili da coordinare in presenza di bilanci e regole fiscali frammentate. Secondo i dati OCSE 2023, l’Europa spende meno del 2% del proprio PIL negli investimenti strategici di pubblica importanza, confrontati con gli Stati Uniti che, forti dell’unione federale, toccano il 6% annuo su PIL.
Un’unione Federale riuscirebbe a garantire la proattività ricercata in questo elaborato, con possibilità azione espansiva in situazioni di crisi. Ad oggi i paesi in recessione si riscontrano in coloro che sono costretti a marginalizzare la spesa pubblica.
La governance unificata garantirebbe una velocità reattiva che ad oggi risulta latente: il cosiddetto Recovery Fund (RRF) ha richiesto più di 10 mesi per la sua approvazione, con forti critiche ed iniquità nell’erogazione dei fondi necessari. Nel caso di un Tesoro centralizzato ed approvato a maggioranza è plausibile che il problema del classico “collo di bottiglia” venga meno.
Mario Draghi nel suo rapporto del 2024 non utilizza specificamente il termine di “federazione” ma descrive in modo concreto delle architetture che si ricollegano ad: un bilancio comune europeo, una politica industriale comune, una governance rapida ed un mercato unico dei capitali. Egli stima che vi sia la necessità di 500-800 miliardi d’euro all’anno in investimenti europei che possano sopperire alle mancanze tecnologiche dell’Europa, impossibili da raggiungere in assenza di una centralità decisionale.
In un’intervista del Settembre 2024 Draghi afferma che “La sopravvivenza delll’Europa dipenderà dalla capacità di agire come soggetto unico” asserendo che 27 meccanismi decisionali non siano efficaci ed efficienti nella capacità d’azione, continuando poi col dire che “Dobbiamo pensare come un’entità federale”.
Tale proposta non deve essere interpretata come una rivoluzione od un movimento politico fine a sé stesso, bensì come il completamento del progetto europeo e dei presupposti su cui si è fondata l’Uniuone Europea. La BCE, la Corte di Giustizia ed il Parlamento Europeo esistono già, ma mancano i presupposti decisivi come la capacità fiscale e la responsabilità politica.
In assenza di nuove leve lascia l’Europa esposta a turbolenze geopolitiche ed a massicce influenze americane. Si ritiene che una federazione europea completerebbe il cerchio disegnato a Maastricht, ridando centralità all’Europa in un contesto diviso e frammentato.
La presente tesi si è basata su una domanda fondamentale, ovvero: L’Europa è realmente sovrana della propria economia? La risposta è chiaramente negativa.
L’Europa del novecente ha ciecamente e ripetutamente creduto in una cooperazione internazionale con paesi forti ed apparentemente stabili, rinunciando ciclicamente alla propria sovranità economica. Si è partiti dall’analizzare il Bretton Woods ed il dollaro moneta egemone, che ha posto le basi per una dipendenza ed un paradigma oligarchico mascherato dalla condivisione e dal rafforzamento comune. Vi fu la promessa di un sistema equo, che si è rivelato essere una cessione di potere verso gli Stati Uniti.
Dalla fine della convertibilità dell’oro, l’Europa ha vissuto crisi non sempre autonomamente generate, importate attraverso politiche monetarie e fiscali statunitensi. Si è visto come gli anni settanta, gli anni novanta dello SME, il tracollo del 2008 e la crisi pandemica abbiano portato ad una corsa verso l’inseguimento dei tassi d’interesse della FED. Si è notato e delineato come in ognuna di queste fasi l’Europa abbia adottato una strategia di reazione e non di azione.
Si è guardato al presente e si è visto come l’Unione Europea, seppur forte di una moneta propria ed unica, rimanga frammentata fiscalmente e politicamente. La BCE allo stato attuale delle cose si trova costretta a seguire le scelte della Federal Reserve per evitare fughe di capitali ed oscillazioni nel mercato dei cambi. Come banca centrale, essa detiene attualmente una funzione limitata rispetto ad un ideale di Tesoro Europeo ed un bilancio europeo, forti di una governance unitaria.
L’Europa non è più nel 1944, non è più nel 1971 e ad oggi, nel mondo multipolare in cui troviamo la Cina come superpotenza industriale e gli Stati Uniti che ne rincorrono l’egemonia attraverso protezionismo e tariffe, l’Europa rischia di diventare irrilevante senza una presa di posizione.
Nasce la necessità ad oggi più che mai di un progetto federale europeo come visto ed analizzato col rapporto di Mario Draghi. Vi sono stime chiare di investimento di almeno 750 miliardi annui e vi è la necessità di strumenti comuni come i titoli di debito condivisi, la politica fiscale coordinata ed una strategia industriale comune e rafforzata. E’ palese la necessità di una governance che possa decidere rapidamente ed efficacemente per il bene di tutti gli stati membri.
L’Europa Federale si presenta come urgenza e non più come dibattito storico in quanto essa rappresenta uno dei pochi, o forse l’unico metodo per garantire la competitività europea, la sua stabilità e la sua resilienza. Essa è l’unica strada per lasciare l’ombra degli Stati Uniti con la dignità che l’Europa merita, smettendo di subire politiche monetarie e fiscali altrui.
Questo elaborato ha voluto affrontare il passato, il presente ed il futuro, dimostrando che la dipendenza economica è un fatto politico e tangibile che deve essere debellato e superato.
Solo se e quando l’Europa sarà pronta a trovare l’unità politica, avrà capacità di indipendenza e di diventare l’epicentro economico globale, al pari o ancora meglio di Stati Uniti e Cina